Acquacoltura Sostenibile Italia sotto accusa: nessuna tutela per il benessere dei pesci nel disciplinare nazionale

“Acquacoltura Sostenibile”: un marchio che promette molto, ma che solleva anche dubbi. È il caso dell’Italia, dove il Ministero dell’Agricoltura, insieme a diverse associazioni di produttori, ha lanciato questa certificazione per guidare un settore in crescita. Tra i protagonisti spicca l’Associazione Produttori Ittici , punto di riferimento per molti allevatori. Tuttavia, dietro le apparenze, le criticità non mancano. Non si tratta solo di ambiente, ma soprattutto del benessere degli animali, un tema che finora è rimasto in ombra nelle acque nazionali.

Pesci senza stordimento: un buco nero nel disciplinare

Il regolamento che disciplina la certificazione italiana non impone lo stordimento prima della macellazione dei pesci e degli altri animali acquatici. In pratica, possono essere uccisi senza alcun passaggio che riduca il dolore. Una pratica che si allontana parecchio dagli standard internazionali, che ormai considerano fondamentale evitare sofferenze inutili nelle ultime fasi di vita degli animali.

Gli esperti sottolineano da tempo quanto lo stordimento sia cruciale per una macellazione più umana, capace di limitare stress e dolore. L’Italia, con questa lacuna normativa, resta indietro rispetto ad altri Paesi europei che hanno adottato regole più rigide. Certo, le tecniche di abbattimento in acquacoltura non sono tutte uguali e alcune sono più dolorose di altre, ma senza un obbligo formale resta il rischio di pratiche poco controllate.

Questo vuoto normativo non solo mette in dubbio la trasparenza del sistema, ma rende difficile certificare davvero la sostenibilità etica degli allevamenti. Anche se il marchio punta sull’aspetto ambientale, il benessere degli animali dovrebbe essere un tassello fondamentale, soprattutto alla luce delle aspettative sempre più alte dei consumatori.

Il marchio e le sue contraddizioni

Il logo “Acquacoltura Sostenibile” nasce da una collaborazione tra il Ministero e le associazioni di produttori, con in testa l’API. L’intento dichiarato è valorizzare la produzione italiana, mettendo in luce pratiche rispettose dell’ambiente e del territorio.

Ma, nonostante questo coinvolgimento istituzionale e industriale, la certificazione lascia fuori temi ormai imprescindibili, come la tutela del benessere animale. Le regole contenute nel disciplinare risultano confuse e parziali, concentrandosi su sostenibilità ambientale e qualità del prodotto, senza affrontare a fondo le questioni etiche legate alla gestione degli allevamenti.

Così, il rischio è che questa etichetta venga percepita più come uno strumento di marketing che come una vera garanzia. E in un settore dove la salute degli ecosistemi marini dipende anche dal rispetto degli animali, è urgente adeguare le norme ai livelli europei e internazionali, ben più rigorosi e completi.

Una mancanza che pesa sulla reputazione del settore

Non prevedere regole sul controllo del dolore negli animali allevati si traduce in un punto debole per l’immagine dell’acquacoltura italiana. Nel 2024 i consumatori sono sempre più attenti a come vengono prodotti i cibi che portano in tavola, e chiedono trasparenza su ogni aspetto, compreso il benessere degli animali.

Questa lacuna espone le aziende italiane a rischi di reputazione e a potenziali difficoltà sui mercati esteri, dove i criteri etici e di sostenibilità sono un requisito imprescindibile. Paesi vicini hanno già adottato protocolli che includono l’obbligo di stordimento e limiti alla sofferenza, riconoscendo l’importanza di salvaguardare gli animali anche nelle ultime fasi della filiera.

A livello globale, molte organizzazioni ribadiscono che il benessere degli animali acquatici è un elemento chiave per la credibilità delle certificazioni sostenibili. Ignorarlo significa mettere a rischio la fiducia dei consumatori e frenare lo sviluppo di un settore che dovrebbe guardare con decisione al futuro.

In sostanza, per non restare indietro e rispondere alle richieste di un’opinione pubblica e di mercati sempre più esigenti, l’Italia dovrà fare i conti con questi nodi e aggiornare la sua normativa.

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