In Francia, il Nutri-Score è ovunque: sulle confezioni, nei carrelli, nelle discussioni quotidiane. Quel codice a colori, semplice e immediato, ha rivoluzionato il modo di scegliere cosa mettere nel piatto. Qui in Italia, invece, il 68% delle persone non sa nemmeno cosa sia. Un vero e proprio muro invisibile si erge al confine, fatto di scetticismo e resistenze politiche. Non è solo una questione di etichette, ma di abitudini radicate e visioni diverse sulla salute e l’alimentazione.
Dal 2017 la Francia ha spinto forte sul Nutri-Score, che è diventato un punto di riferimento in Europa. Oggi circa il 68% dei francesi dichiara di usarlo quando fa la spesa, secondo recenti sondaggi. Un dato che non lascia spazio a dubbi: il sistema funziona. L’etichetta, con la sua scala che va dal verde al rosso, è semplice e immediata. Dietro a questo successo ci sono campagne informative nazionali e il sostegno di supermercati e grandi marchi, che hanno reso il Nutri-Score una presenza fissa sugli scaffali.
Non è solo questione di etichette: le aziende più grandi hanno iniziato a mettere in primo piano i prodotti con migliori valutazioni, stimolando una vera gara a migliorare la composizione degli alimenti. Il risultato? Innovazione e reformulazione dei prodotti, con la spinta delle istituzioni a coinvolgere anche chi normalmente non bada troppo alla salute, usando un linguaggio chiaro e diretto.
Da noi la musica è un’altra. Nonostante gli appelli di esperti e associazioni di consumatori, il Nutri-Score è poco conosciuto e spesso visto con sospetto o come troppo semplicistico. Solo pochi lo conoscono davvero e ancora meno lo usano quando comprano il cibo. Dietro a questa resistenza ci sono ragioni culturali, commerciali e politiche.
Culturalmente, pesa la forte attenzione alla dieta mediterranea e il conflitto tra tradizione e innovazione nel settore alimentare. Molti produttori temono che il Nutri-Score penalizzi i prodotti tipici, che spesso hanno caratteristiche nutrizionali diverse da quelle che il sistema valorizza. Sul fronte commerciale, l’assenza di una norma chiara e condivisa spinge i distributori a mantenere un atteggiamento prudente, rallentando l’adozione dell’etichetta.
Anche i consumatori italiani sembrano meno propensi a cambiare abitudini sulla base di un codice a colori. Nonostante qualche campagna informativa e sperimentazioni locali, manca un quadro normativo omogeneo e un impegno condiviso da tutti gli attori della filiera. La varietà del panorama produttivo e l’importanza del mercato interno mantengono il Nutri-Score ai margini.
Non è solo la Francia a credere nel Nutri-Score. Paesi come Belgio, Germania e Spagna hanno adottato questo sistema nelle loro politiche sanitarie con risultati simili. Qui la collaborazione tra istituzioni, industria e associazioni di consumatori ha dato frutti concreti, con campagne di informazione basate su dati solidi e sull’importanza di fornire informazioni chiare.
In Germania, ad esempio, il Nutri-Score è diffuso sia nella grande distribuzione sia tra i piccoli produttori, grazie a incentivi e comunicazione capillare. Il monitoraggio continuo ha permesso di migliorare la formulazione dei prodotti. Anche in Belgio si è visto un aumento delle vendite dei prodotti meglio valutati, segno che il sistema funziona.
Questi Paesi hanno inserito il Nutri-Score in un contesto normativo chiaro che aiuta la trasparenza. Le etichette diventano uno strumento educativo, che guida le scelte verso abitudini più sane, in modo semplice e immediato. L’Italia, al confronto, appare ancora indietro, senza una strategia coordinata che potrebbe invece portare a un vero cambio di passo nella salute alimentare.
Guardando ai dati e alle esperienze europee, l’Italia resta divisa su questo tema. Ma la crescente attenzione a salute e qualità degli alimenti potrebbe essere un’occasione per riaprire il dibattito sulle etichette nutrizionali. Gli esperti chiedono un ruolo più deciso delle istituzioni, con norme che spingano l’uso del Nutri-Score e campagne educative adeguate.
Il settore agroalimentare italiano, pur con qualche timore, potrebbe guadagnare da una maggiore chiarezza nei confronti del consumatore. Valorizzare i prodotti con migliori profili nutrizionali può aumentare la competitività fuori dai confini nazionali. Se supportato da norme e dati scientifici, il Nutri-Score potrebbe finalmente lasciare il suo status di tabù.
Il confronto con la Francia e altri Paesi europei mostra come una buona gestione dell’informazione e un impegno condiviso tra istituzioni, imprese e consumatori possano migliorare la qualità della dieta di tutti i giorni. Il 2024 sarà l’anno da tenere d’occhio per vedere se l’Italia saprà fare questo passo.
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