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Fabbricare Carne: come allevamenti intensivi, pascolo e carne coltivata stanno cambiando la zootecnia in Italia

Ogni anno, nel mondo, si consumano oltre 330 milioni di tonnellate di carne: un numero che pesa sull’ambiente, sull’economia e sulla nostra salute. Il modo in cui produciamo questa carne è al centro di un acceso dibattito. Da un lato, ci sono gli allevamenti intensivi, capaci di grandi volumi ma criticati per l’impatto ambientale e il benessere animale. Dall’altro, emerge il pascolo, un richiamo alle pratiche tradizionali, più sostenibili ma meno produttive. E poi c’è la carne coltivata, una frontiera nuova e controversa che promette di rivoluzionare il settore. Paolo Ajmone Marsan e Riccardo, con il loro saggio, mettono a fuoco queste tre strade, offrendo uno sguardo attento su cosa potrebbe accadere nei prossimi anni.

Allevamenti intensivi: i conti che non tornano

Gli allevamenti intensivi sono la forma più diffusa al mondo per la produzione di carne. L’obiettivo è chiaro: ottenere il massimo in poco tempo, usando spazi ridotti e un’alimentazione controllata. Ma il conto per l’ambiente è salato. L’uso massiccio di acqua e mangimi, l’inquinamento causato dagli scarti e le emissioni di gas serra sono problemi che non si possono più ignorare.

Non va dimenticato il benessere degli animali. Spesso costretti in spazi angusti, con tanti individui ammassati, gli animali vivono condizioni che sollevano seri dubbi etici. Inoltre, l’allevamento intensivo facilita la diffusione di malattie, aumentando l’uso di antibiotici e farmaci, con il rischio di favorire la resistenza batterica.

Nonostante tutto, questo modello risponde a una domanda crescente, soprattutto nelle città e nei Paesi in via di sviluppo. Resta quindi fondamentale, ma trovare un equilibrio con la sostenibilità ambientale e sociale è una sfida che richiede una revisione profonda delle pratiche e delle regole.

Il pascolo: un ritorno alle origini che fa bene a tutti

Il pascolo torna a essere considerato una possibile via d’uscita alle critiche rivolte agli allevamenti intensivi. Far nutrire gli animali direttamente con l’erba e le risorse naturali porta vantaggi sia per il loro benessere sia per l’ambiente.

Gli allevamenti al pascolo aiutano a mantenere viva la biodiversità, proteggono il terreno e riducono l’erosione. Le emissioni di gas serra sono spesso più basse, soprattutto se si adottano sistemi di rotazione che permettono al suolo di rigenerarsi.

Sul fronte della produzione, però, i tempi si allungano e la quantità di carne cala. Ma la qualità cresce, con carni più pregiate e spesso migliori dal punto di vista nutrizionale.

In Italia e in altre parti d’Europa, il pascolo è anche un patrimonio culturale e paesaggistico da valorizzare. Farlo richiede però politiche agricole dedicate e investimenti su formazione e infrastrutture.

Carne coltivata: tra promessa e realtà

Negli ultimi anni la carne coltivata in laboratorio ha guadagnato spazio nelle agende della ricerca alimentare. Si tratta di coltivare cellule animali in vitro, evitando di allevare e macellare gli animali.

Questa tecnologia potrebbe ridurre drasticamente l’impatto ambientale della produzione di carne. Meno risorse consumate, meno emissioni: un passo importante verso un sistema alimentare più sostenibile.

Ma le difficoltà non mancano. La produzione su larga scala è ancora un miraggio e i costi sono alti, ostacolando la diffusione. E non va sottovalutata la percezione dei consumatori: accettazione e trasparenza saranno decisive per il successo.

Sul piano delle norme, si lavora per definire standard di sicurezza e tracciabilità. Introdurre la carne coltivata nella catena alimentare richiederà tempo e un dialogo aperto tra scienza, industria e società.

In definitiva, il futuro della zootecnia sembra dover trovare un equilibrio tra tradizione e innovazione, con l’obiettivo di produrre carne in modo più responsabile, etico e sostenibile.

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