Ogni anno, milioni di persone nel mondo si ammalano per colpa di un consumo eccessivo di zucchero. Ma la tassa sullo zucchero può davvero frenare questa abitudine? Un’analisi della Tufts University ha esaminato dati provenienti da 183 paesi, cercando di capire se questa misura funziona sul serio. I risultati non sono univoci: in alcune nazioni la riduzione è netta, in altre i cambiamenti sono quasi impercettibili. Dietro a questi numeri ci sono intrecci complessi tra salute pubblica, interessi economici e scelte politiche, che rendono difficile tracciare una linea chiara.
Negli ultimi decenni l’assunzione di zuccheri aggiunti è cresciuta in modo preoccupante, legata all’aumento di obesità, diabete e altre malattie metaboliche. Così è nato un acceso dibattito su come limitarne il consumo. Tra le soluzioni adottate da diversi governi c’è la cosiddetta sugar tax, una tassa che colpisce prodotti e bevande zuccherate per farne salire il prezzo e scoraggiare gli acquisti.
Le modalità di applicazione sono diverse: alcune tasse si basano sulla quantità di zucchero, altre sul tipo di prodotto, altre ancora su meccanismi fiscali più complessi. Nel mondo, circa un terzo dei paesi presi in esame ha introdotto almeno una forma di sugar tax negli ultimi anni.
I risultati però variano molto da paese a paese. Alcuni hanno visto una diminuzione significativa del consumo, mentre in altri la risposta è stata più timida. Fattori come l’economia locale, la disponibilità di alternative e il livello di informazione dei consumatori giocano un ruolo importante nel determinare l’efficacia di questa misura.
L’analisi condotta da Tufts si è basata su dati ufficiali e sondaggi nazionali per valutare l’effetto della tassa sul consumo di bevande zuccherate in quasi 200 paesi. Il risultato più chiaro è che nei paesi con una tassazione robusta il consumo è calato in media tra il 10 e il 20% dopo l’introduzione della tassa.
In America Latina, ad esempio, dove molti stati hanno puntato su tasse elevate, il Messico e il Cile hanno registrato i cali più marcati. Qui la riduzione è stata superiore alla media globale, favorita anche da campagne di sensibilizzazione e da un’offerta più ampia di bevande a basso contenuto di zucchero.
Diverso il quadro in Europa e in molte nazioni asiatiche, dove le tasse sono più leggere o introdotte da poco. In questi casi l’aumento del prezzo non sempre ha spinto a ridurre davvero il consumo quotidiano, complici la presenza di prodotti non tassati e la diversa elasticità della domanda.
Lo studio sottolinea che la sola tassa non basta: servono politiche integrate, come campagne informative, incentivi per bevande più sane e regole più stringenti sulla pubblicità. Senza questi accorgimenti, la tassa rischia di avere un effetto limitato.
Il rapporto mette in luce alcune difficoltà nel confrontare i vari modelli di tassa. Ogni paese ha criteri diversi per calcolare l’imposta, soglie di zucchero e prodotti coinvolti, il che rende difficile trarre conclusioni uniformi sull’efficacia.
Restano poi dubbi sugli effetti a lungo termine. Alcuni studi indicano che dopo un primo calo i consumatori potrebbero adattarsi, tornando a consumare quantità simili o semplicemente cambiando tipo di prodotto, mantenendo così un apporto calorico costante.
Un altro punto critico riguarda l’impatto sociale: la tassa potrebbe pesare di più sulle fasce di popolazione più vulnerabili. Per questo servono misure di compensazione per evitare effetti negativi non desiderati.
Fra le proposte che emergono dallo studio c’è la necessità di un coordinamento internazionale per uniformare regole e criteri. E soprattutto di approfondire come la tassa possa funzionare insieme ad altre politiche sanitarie per essere davvero efficace e sostenibile.
L’indagine di Tufts offre quindi un’analisi approfondita ma anche critica di una strategia ormai diffusa nel mondo. Il quadro è ancora in evoluzione, ma i dati confermano che la tassa sullo zucchero può essere uno strumento valido, a patto di inserirla in un piano più ampio di salute pubblica.
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